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L’anoressia nervosa è una delle malattie psichiatriche con il più alto tasso di mortalità al mondo. Eppure, per decenni, è rimasta ai margini della ricerca scientifica, vittima anch’essa di uno stigma sottile ma pervasivo: “è una malattia di ragazze vanitose”, “basta volerlo e si guarisce”, “è colpa dei media”. Niente di tutto questo è vero. E la scienza, con crescente determinazione, lo sta dimostrando.
Cos’è davvero l’anoressia nervosa
L’anoressia nervosa (AN) è un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato da una restrizione calorica persistente, da un’intensa paura di aumentare di peso e da una profonda alterazione nella percezione del proprio corpo. Non è una scelta, non è una fase passeggera, non è vanità: è una malattia seria, con radici biologiche, psicologiche, genetiche e sociali che si intrecciano in modo complesso.
Insorge prevalentemente durante l’adolescenza e colpisce in misura maggiore il sesso femminile, anche se i casi maschili sono in costante aumento e spesso sottodiagnosticati. La mortalità raggiunge il picco tra i 16 e i 29 anni, con un tasso dodici volte superiore rispetto alla media attesa per quella fascia d’età.
Non è solo “questione di testa”: le basi biologiche
Uno dei cambiamenti più importanti nel modo in cui la comunità scientifica guarda all’anoressia riguarda proprio le sue cause. Per lungo tempo, si è trattato l’AN quasi esclusivamente come un disturbo psicosociale: pressioni culturali, modelli estetici distorti, dinamiche familiari disfunzionali. Tutti elementi reali, ma insufficienti a spiegare la complessità della malattia.
Oggi la ricerca ha dimostrato che l’anoressia nervosa ha una componente genetica significativa, stimata fino al 60% in studi su gemelli. Un locus genico rilevante è stato identificato sul cromosoma 12, in una regione associata anche al diabete di tipo 1 e ai disturbi autoimmuni. Questo suggerisce che il metabolismo e il sistema immunitario possano giocare un ruolo ben più importante di quanto si pensasse.
Non si tratta di un destino scritto nel DNA: la genetica predispone, ma non determina. La comunità scientifica è oggi unanime nell’accettare che anoressia nervosa nasca dall’interazione tra fattori genetici e ambientali, e non dall’uno o dall’altro in isolamento.
Il cervello dell’anoressia: ricompensa, emozioni e rigidità cognitiva
Le neuroscienze hanno aperto un’altra finestra fondamentale sulla malattia. Attraverso tecniche di neuroimaging, i ricercatori hanno identificato alterazioni nei circuiti cerebrali legati all’elaborazione della ricompensa — in particolare nel sistema dopaminergico — nelle pazienti con AN.
L’insula, una regione cerebrale coinvolta nell’elaborazione del gusto e nell’integrazione della percezione corporea, risulta sistematicamente alterata. Questo aiuta a spiegare perché le persone con anoressia non sperimentano il cibo come fonte di piacere, ma spesso come fonte di ansia e paura.
Un elemento centrale è anche la rigidità cognitiva: la difficoltà a modificare schemi mentali fissi, ad adattarsi a nuove informazioni, a “imparare” nuove associazioni positive con il cibo. Non è ostinazione: è una caratteristica neurologica documentata, che oggi orienta sia la ricerca farmacologica che quella psicoterapeutica.
Un’altra scoperta affascinante riguarda la percezione corporea. Studi pubblicati sulla rivista Neuropsychologia hanno dimostrato che le pazienti con anoressia si muovono nello spazio come se il proprio corpo fosse più grande di quanto sia realmente, e questa distorsione emerge non solo nei movimenti effettivi, ma anche in quelli immaginati. Il problema, dunque, non è solo “vedere” il corpo in modo distorto, ma letteralmente “abitarlo” in modo alterato.
L’asse intestino-cervello: il microbioma entra in scena
Uno dei fronti di ricerca più promettenti e sorprendenti degli ultimi anni è quello del microbioma intestinale. I batteri che popolano il nostro intestino non sono semplici ospiti passivi: comunicano in modo bidirezionale con il cervello attraverso ciò che viene chiamato l’asse microbiota-intestino-cervello.
Nei pazienti con anoressia nervosa, la composizione del microbiota risulta profondamente alterata rispetto ai controlli sani. Ricercatori della Czech Academy of Sciences di Praga hanno dimostrato in modelli animali che il microbioma intestinale è in grado di influenzare l’espressione di ben otto peptidi coinvolti nella regolazione dell’appetito, svolgendo un ruolo che si affianca a quello della dieta e dell’attività fisica nell’eziologia del disturbo.
Studi di metagenomi hanno rilevato nelle pazienti con AN aumenti significativi di Enterobacteriaceae e dell’archeo Methanobrevibacter smithii rispetto ai controlli sani. Queste alterazioni — la cosiddetta disbiosi — non sono semplicemente una conseguenza della malnutrizione: possono diventare un fattore che perpetua e aggrava il disturbo.
Sulla base di queste evidenze, sono attualmente in corso trial clinici che esplorano il trapianto di microbiota fecale (FMT) come possibile intervento terapeutico nell’anoressia nervosa — un approccio che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato fantascienza.
I nuovi orizzonti terapeutici
Se il panorama delle cause si sta arricchendo, quello dei trattamenti sta vivendo una vera e propria rivoluzione silenziosa.
Psilocibina: la “terapia psichedelica” fa il suo ingresso
Tra le sostanze più studiate vi è la psilocibina, il principio attivo dei cosiddetti “funghi magici”. Un trial di fase 1 pubblicato su Nature Medicine ha valutato la sicurezza e la tollerabilità di una singola dose di 25 mg di psilocibina sintetica in donne adulte con anoressia nervosa, combinata a supporto psicologico. I risultati hanno mostrato che il trattamento è sicuro, tollerabile e ritenuto terapeuticamente significativo dalle partecipanti.
L’ipotesi è che la psilocibina possa aumentare la flessibilità cognitiva — quella stessa rigidità mentale che caratterizza il disturbo — facilitando nuove associazioni e una maggiore apertura al cambiamento. Sono oggi in corso trial di fase 2 presso l’UCSF, con dosi fino a 25 mg e sessioni di preparazione e integrazione psicologica.
Ketamina: velocità e neuroplasticità
Anche la ketamina per via endovenosa è oggetto di sperimentazione in pazienti adolescenti e giovani adulti con AN. La molecola, già nota per la sua efficacia rapida nella depressione resistente, potrebbe favorire la neuroplasticità e rendere le ospedalizzazioni meno traumatiche, migliorando la capacità dei pazienti di costruire nuove associazioni positive con il cibo.
Un trial in corso denominato “KETTLE” (Ketamine Effects on Learning In Eating Disorders) sta esplorando proprio questo meccanismo all’UCSF.
Stimolazione cerebrale non invasiva
La stimolazione magnetica transcranica (TMS) e la stimolazione transcranica a corrente diretta (tDCS) rappresentano un altro filone in espansione. La TMS, già approvata per la depressione, viene testata per modificare i circuiti neurali alterati nell’AN, in particolare quelli che coinvolgono l’insula. Un trial randomizzato in doppio cieco condotto dall’Università di Lublino è attualmente in fase di completamento.
La farmacoterapia tradizionale e le sue limiti
Sul versante farmacologico tradizionale, la revisione più aggiornata pubblicata su Neurotherapeutics nel gennaio di quest’anno ricorda che la farmacoterapia resta un’opzione di secondo livello nell’AN, da utilizzare quando la psicoterapia è insufficiente o non disponibile. L’olanzapina, un antipsicotico atipico, è il farmaco con le prove più solide per la gestione dell’AN, ma il suo meccanismo d’azione non tocca il nucleo psicopatologico del disturbo.
La psicoterapia: cosa funziona davvero?
Un’ampia revisione critica pubblicata nel 2026 sui principali trial randomizzati e controllati ha affrontato una lacuna storica: la maggior parte degli studi aveva mescolato campioni adulti e adolescenti, rendendo difficile capire quale approccio fosse più efficace per i più giovani.
Le evidenze più robuste si concentrano su:
- Family-Based Treatment (FBT): dimostratamente efficace per gli adolescenti, si basa sul coinvolgimento attivo della famiglia nel processo di guarigione. I genitori vengono formati per supportare la rialimentazione del figlio, senza colpevolizzare né il paziente né sé stessi.
- Terapia Cognitivo-Comportamentale focalizzata sui disturbi alimentari (CBT-E): sviluppata da Christopher Fairburn, è consistentemente utile soprattutto nei casi di bulimia nervosa e binge eating, ma viene applicata con buoni risultati anche nell’AN.
- SSCM (Specialist Supportive Clinical Management): un approccio ibrido che combina elementi di supporto clinico e terapia cognitiva, dimostratosi utile negli adulti.
Quello che emerge con chiarezza è che nessun singolo approccio è risolutivo per tutti: la personalizzazione del trattamento e l’approccio multidisciplinare rimangono fondamentali.
Il peso nascosto dell’anoressia atipica
Un articolo pubblicato sull’International Journal of Eating Disorders all’inizio di quest’anno ha proposto una revisione critica di grande importanza: quella del concetto di anoressia nervosa atipica.
Questa diagnosi — introdotta nel DSM-5 — descrive persone che presentano tutte le caratteristiche psicologiche e comportamentali dell’anoressia nervosa (restrizione alimentare, paura intensa di ingrassare, distorsione dell’immagine corporea), ma con un peso corporeo nella norma o superiore.
La proposta è di superare il termine “atipica”, fuorviante e stigmatizzante, per riconoscere che la sofferenza non si misura in chilogrammi. Una persona con un BMI normale può essere gravemente malata quanto una con sottopeso clinico. Ignorare questa realtà ha portato per anni a diagnosi tardive, cure inadeguate e maggior rischio di cronicizzazione.
Social media: un fattore di rischio reale, ma non l’unico
Il ruolo dei social media nella genesi e nel mantenimento dell’anoressia nervosa è oggetto di ricerca intensa. Uno studio del 2026 condotto su 463 adolescenti a Istanbul ha analizzato il legame tra uso problematico dei social media e sintomi di AN nelle ragazze tra 13 e 18 anni, evidenziando come i traumi infantili e certi stili genitoriali possano amplificare la vulnerabilità.
Ricerche qualitative condotte in Belgio hanno identificato quattro dinamiche chiave attraverso cui i social media agiscono sulle giovani con anoressia: esposizione a contenuti selettivi, interpretazione distorta di tali contenuti, adattamento comportamentale e — in modo interessante — anche un’evoluzione della prospettiva durante il percorso di guarigione.
Il contenuto “thinspiration” e “fitspiration” — spesso incontrato passivamente su piattaforme come TikTok, senza ricercarlo attivamente — può funzionare da trigger per chi è già in una condizione di vulnerabilità. Ma i social sono anche uno strumento che alcuni usano nel percorso di recupero: la tecnologia, in sé, non è né nemica né alleata. Dipende da chi la usa, in quale stato mentale, e con quale tipo di contenuto interagisce.
Dove siamo oggi: un campo in movimento
Una riflessione pubblicata nel Journal of Eating Disorders ha osservato che il campo dell’anoressia nervosa, dopo 150 anni di teorie, si trova in un momento di crisi e di trasformazione. Le vecchie narrative — quella puramente psicologica, quella puramente culturale — non bastano più. Ma la nuova integrazione tra neurobiologia, genetica, microbioma, psicologia e fattori socioculturali non è ancora avvenuta in modo compiuto.
Ci sono segnali incoraggianti: nuovi farmaci allo studio, terapie innovative, una crescente attenzione alla personalizzazione dei percorsi di cura e alla diagnosi precoce indipendente dal peso. Il finanziamento della ricerca sull’AN resta storicamente insufficiente rispetto alla gravità della malattia — anche questo, dicono gli esperti, è una forma di stigma istituzionalizzato.
Cosa fare se si riconosce qualcosa
Riconoscere l’anoressia nervosa non è sempre semplice. I segnali non sono solo fisici: spesso la malattia si nasconde dietro una facciata di controllo, di disciplina, di “mangiar sano”. Alcune domande da porsi:
- Ci sono pensieri ossessivi sul cibo, sul peso, sulle calorie?
- Il valore di sé dipende in modo eccessivo dal peso o dalle forme corporee?
- Il cibo è diventato fonte di ansia piuttosto che di piacere?
- C’è una restrizione alimentare sempre più rigida?
Se qualcosa risuona — per sé stessi o per qualcuno vicino — il primo passo è sempre parlarne con un medico o uno specialista. Non aspettare che “diventi abbastanza grave”. Non lo è mai abbastanza finché non lo si ammette a voce alta.
L’anoressia nervosa non è una scelta. Non è colpa di nessuno. Ed è curabile — non sempre facilmente, non sempre velocemente, ma curabile.
FONTI:
- Walsh et al., Int J Eat Disord (2026);
- Bryant et al., Journal of Eating Disorders (2026);
- Allam & Attia, Neurotherapeutics (2026);
- Broersma et al., Int J Eat Disord (2026); trial clinici UCSF e UCSD (2026);
- Frontiers in Psychiatry; Nature Medicine;
- Czech Academy of Sciences / Neurobiology of Disease;
- Auxologico / Neuropsychologia.




